Incontro n. 8

16/03/2013

Profitto. Una parte del valore.

La natura del profitto è stata da sempre al centro della teoria economica classica. Per Smith il profitto era la remunerazione del capitale, per Marx era sfruttamento e, nel Novecento, per Schumpeter era il premio dell’innovazione.

Negli ultimi trent’anni si è imposta una cultura anglosassone che afferma che “scopo” dell’impresa è la massimizzazione del profitto. Poi in alcuni (pochi in realtà) di questi manuali, leggiamo, spesso in nota, che esistono altre imprese “non profit” che invece hanno altri scopi, diversi dal profitto. Questa è la cultura anglosassone distante da quella italiana e in un certo senso anche da quella europea, ed è una delle tesi più fuorvianti, pericolose e sbagliate del pensiero economico corrente. I libri di economia di qualche

decennio fa affermavano che chi ha come scopo il profitto non è l’imprenditore, ma un’altra figura: lo speculatore. È lo speculatore, infatti, che svolge una data attività economica strumentalmente con lo scopo di far profitto. Per un tale soggetto produrre scarpe, pomodori, violini o libri è tutto sommato irrilevante: l’importante è che portino soldi. L’imprenditore, invece, (ce lo diceva ad esempio Luigi Einaudi, economista civile) non ha come scopo il solo profitto, ma un progetto, un’im-presa, appunto. Questo è altrettanto vero per l’imprenditore sociale; il profitto è importante segnala che l’impresa, il suo progetto, sta crescendo bene comune. Il profitto, infatti, è solo la punta dell’iceberg della ricchezza o del valore aggiunto creato da un imprenditore: beni e servizi, posti di lavoro sono componenti co-essenziali della ricchezza prodotta da un’impresa.

 

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